Ecco il video della nostra route

Abbiamo provato in circa 8 minuti a riassumere la nostra bellissima esperienza in Terrasanta, speriamo di non aver tralasciato niente.

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Intifada cristiana

Resistenza non violenta

Nella giornata di venerdì 3 agosto, dopo la mattinata passata a fare servizio alla casa accoglienza per i bambini e aver cucinato una ottima pasta per le suore, abbiamo passato l’intera giornata a fare una resistenza pacifica.

Prima siamo andati nella collina di Beit Jala alle ore 17.00 negli oliveti che molto probabilmente ad ottobre saranno abbattuti per far proseguire il muro di “sicurezza”.
Abbiamo partecipato alla S.Messa arabo-italiana insieme a molti parrocchiani della zona e ad un gruppo di scout ortodossi.
Questo è il modo della comunità cristiana di Beit Jala di protestare all’avanzamento del muro.

Appena finita la S.Messa siamo tornati a Betlemme, dove superando una fitta folla di mussulmani di ritorno dalla Moschea di Omar a Gerusalemme per la preghiera del venerdì di ramadan, abbiamo raggiunto il muro nelle vicinanze del check point, e recitato il Santo rosario con delle suore e altri fedeli che ogni venerdì da alcuni anni protestano pacificamente in questo modo.

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Campo Profughi di Deheisheh

Dopo la mattinata di servizio alla casa famiglia Hogar Ninos Dios, nel primo pomeriggio abbiamo raggiunto il campo profughi di Deheisheh a Betlemme.
Qui abbiamo ascoltato il racconto di un ragazzo nato e cresciuto all’interno del campo, che ci ha spiegato come i campi si siano formati nel 1948 durante il conflitto arabo-israeliano, ripercorrendo la drammatica storia delle famiglie che qui hanno vissuto nei decenni successivi fino ad oggi.
Attualmente il campo, gestito dalle Nazioni Unite, ospita circa 13.000 persone in un’area ristrettissima, in abitazioni caoticamente stratificatesi al posto delle tende inizialmente presenti.
Le condizioni sanitarie sono preoccupanti: all’interno della clinica opera un solo medico, che deve assistere una media di 250 persone al giorno in sei ore lavorative.

Al momento del nostro arrivo era appena stata ripristinata la fornitura d’acqua nelle abitazioni, dopo 48 giorni di interruzione, dovuta – stando alla testimonianza del ragazzo – alla gestione operata dagli Israeliani che hanno il controllo delle risorse idriche della gran parte dei Territori Palestinesi.
L’impatto con questa realtà è stato impressionante, tanto dura appare la vita in un luogo simile.
La nostra guida ci ha poi raccontato gli avvenimenti verificatisi in occasione dell’intifada e dei continui scontri con i soldati israeliani durante i rastrellamenti, nei quali hanno perso la vita, solo all’interno di quel campo, decine di persone. I volti di alcuni di questi “martiri”, come loro li chiamano, sono raffigurati in grandi murales nei vicoli stretti ed aggrovigliati.
Ancora oggi i profughi vivono nella speranza – o forse nel sogno – di rientrare in possesso dei territori dai quali scapparono negli anni ’40 dello scorso secolo, ormai da oltre sessant’anni parte integrante dello stato di Israele.

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Il deserto, Gerico e il Mar Morto

Ripartiamo da Taybe la mattina all’alba alla volta del deserto che divide Gerusalemme da Gerico.
Lasciamo la strada e, scendendo degli stretti tornanti, raggiungiamo il monastero di S. Giorgio, scavato nella pietra rosa del deserto in fondo ad un ripido canyon popolato da numerosi iraci, una sorta di marmotte del deserto che ci osservano pigramente dall’alto delle rocce.
Ci lasciamo alle spalle il monastero e, proseguendo su uno stretto sentiero che taglia la parete del canyon, ci addentriamo nel deserto mentre il sole ancora basso rende già l’aria irrespirabile.
Fortunatamente abbiamo con noi abbondanti scorte d’acqua e di buon passo percorriamo i chilometri che ci separano da Gerico nel punto in cui il canyon si affaccia sull’ampia valle del Giordano poco sopra la foce.

Qui appare una ricca vegetazione che rompe il paesaggio desertico appena percorso. Attraversiamo piantagioni di banani ed altri frutteti fino a raggiungere il monastero costruito dove anticamente sorgeva la casa di Zaccheo, descritta dai vangeli.
La città appare decadente, duramente provata dal lungo periodo di isolamento imposto dall’esercito israeliano durante la seconda intifada e nei successivi dieci anni.
Da pochi mesi è stato rimosso il blocco e Gerico, nuovamente collegata con i restanti territori cisgiordani, cerca di duramente di tornare alla vita di prima.
Percorriamo la città e ci dirigiamo verso il Mar Morto per un bagno rigenerante, “sospesi” fluttuando sull’acqua salatissima.
Sulla spiaggia, a 400 metri sotto il livello del mare, la temperatura si aggira intorno ai 45°C e questo ci spinge ad accelerare il rientro.
Ripartiamo in direzione di Gerusalemme, lasciandoci alle spalle insediamenti israeliani, accampamenti beduini, check point e gole desertiche, verso casa, verso Betlemme.

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Abuna Raed a Taybeh

Oggi, tra le varie cose, abbiamo avuto un onore particolare, quello di ascoltare la testimonianza di un uomo che, partendo dalla nuda roccia, è riuscito a costruire un palazzo.
I suoi unici strumenti erano una fede ferrea ed un’intramontabile speranza.
Questa è la storia di Abuna Raed che qui a Taybe in Samaria è riuscito a mettere insieme una comunità che ha come obiettivo quello di creare un futuro, ma soprattutto un presente a quelli che abitano questo luogo.
“I bambini cristiani giocano e crescono con quelli musulmani” ci spiega “nella speranza che il legame di gioco di quando sono bambini diventi rispetto e solidarietà quando saranno adulti”.
La comunità di Abuna Raed raggruppa oggi circa diecimila persone e si dà da fare per migliorare quanto più possibile la loro posizione.
Le attività sono molte: dalla scuola alle danze tradizionali arabe, ma soprattutto la possibilità di un lavoro retribuito. Nella comunità, infatti, si producono delle lampade in ceramica a forma di colombe della pace e si realizzano lavorazioni di sapone, legno di ulivo e produzione di olio, dando sostegno economico a molte famiglie.
Quella di Abuna Raed non è una comunità che prende ma una comunità che dà, come lui ama ripetere. Va molto fiero di questo e se ne comprende il perché.
A testimonianza di ciò troviamo una casa di riposo in una splendida collina di fronte al centro di accoglienza per i pellegrini, anche questi gestiti dalla comunità di Taybe, ma soprattutto la costruzione di un centro di assistenza sanitaria dedicato principalmente alle donne incinte.
“Dall’inizio dell’anno” continua Raed “per via del check point israeliano molte donne sono state costrette a partorire mentre erano in coda per il controllo. Su circa 76 parti, in 24 casi si sono verificati decessi della madre o del bambino”.
Ora invece, grazie al frenetico lavoro questo eccentrico ma eccezionale uomo, le donne potranno essere assistite direttamente a Taybe e questo, come dice lui stesso, è un risultato eccezionale.
Ogni cristiano, ci spiega, ha due diocesi di origine: quella in cui è stato battezzato e la diocesi di Gerusalemme, in Terra Santa, dove tutto è iniziato e per questo è importante prendersi cura della Terra Santa e della gente che vi abita, qualsiasi sia la sua religione e cultura.
In questo momento Abuna Raed è un altro Gesù che permette agli altri di vivere e di imparare a vivere e incontrarlo sul nostro cammino è stata senz’altro un’esperienza importantissima che ci ha messo in discussione nel profondo.

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Attraversando i Territori Palestinesi

Dopo la visita a Cafarnao abbiamo fatto ritorno verso Nazareth e proseguito in direzione di Janine, superando il check point israeliano da cui si accede ai Territoti Palestinesi.
La differenza tra Israele e la Cisgiordania è netta: nei primi si riscontra subito un panorama verde, ricco di agricoltura, non molto diverso dal nostro; superato il confine si nota subito uno stato di degrado evidente: disordine, immondizia e scarso sviluppo agricolo caratterizzano queste terre. Durante il nostro viaggio abbiamo attraversato diverse città palestinesi, teatro di violenti scontri durante la seconda intifada.
Tra queste la città di Nablus, importante meta della nostra cristianità in quanto custode del pozzo di Giacobbe e luogo in cui avvenne l’incontro tra Gesù e la Samaritana.

Il pozzo è oggi custodito da un prete della Chiesa ortodossa che, nonostante numerosi attacchi ricevuti da estremisti israeliani, continua a dimorare lì presso la basilica da lui stesso custodita.
In seguito abbiamo visitato degli insediamenti israeliani, villaggi costruiti da coloni ebrei all’interno dei territori palestinesi.
Per pranzo ci siamo infine diretti a Ramallah, capitale dei Territori, una città caotica in linea col modello occidentale, seppur con una forte impronta araba.

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Lago di Tiberiade

Dopo la visita a Nazareth, ci siamo diretti verso il nord della Galilea, in direzione del Lago di Tiberiade.

Sbucando da una stretta e arida vallata laterale al bacino, il primo paese incontrato lungo la costa è stato Magdala.

Proseguendo, siamo arrivati al Monte delle Beatitudini, dove Gesù ammaestrò le folle con le otto beatitudini.

Andando avanti lungo la costa, tra coltivazioni di ogni tipo ci fermiamo dalle suore francescane amiche di Abuna Mario che custodiscono un angolo di paradiso. Entrando rimaniamo a bocca aperta davanti ad un piccolo Eden fatto di ruscelli, piante bellissime e manti erbosi e in più il lago, con la magnifica vista delle sinuose coste Siriane, accompagnata dal suono delle onde e degli uccelli.
Probabilmente quel posto è cambiato molto poco in duemila anni infatti la sua bellezza lo rese teatro di diversi importanti avvenimenti a distanza di poche centinaia di metri.

Il primo avvenimento è il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci; l’altro importante, tra i tanti passi riconducibili, è quello in cui Gesù chiede a Pietro se lo ama.

Da questa domanda è partita la riflessione per un paio d’ore di “deserto” (è un momento di solitudine, ascolto, preghiera, silenzio) durante la serata di martedì; un momento davvero emozionante e costruttivo, anche grazie all’atmosfera del posto data dalla luna piena.

Ringraziamo il signore dell’ennesima giornata passata in un mix di divertimento, accrescimento spirituale e conoscenza di culture diverse dalla nostra, andiamo a dormire.

La mattina seguente, come già successo nei giorni scorsi, non possiamo far altro che ringraziare (in questo caso le suore) dell’infinita ospitalità; un po’ dispiaciuti lasciamo quella piccola parte di paradiso per la visita alle rovine della città di Cafarnao dove hanno vissuto e lavorato come pescatori alcuni dei discepoli e per alcuni anni anche Gesù.

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